Islanda

Sono stato in Islanda solo una volta, all’inizio di giugno 2016, ma penso che ci tornerò. Sono andato con due amici. L’organizzazione di base, spostamenti, pernottamenti, è stata efficiente come sempre, ma mi è rimasta l’idea che ci fosse di più da vedere e che nei sei giorni in cui siamo stati abbiamo visto solo un parte di quello che c’era veramente da vedere e da scoprire nel nostro giro a sud dell’isola.

L’Islanda sta diventando ogni giorno di più un posto sempre più turisticizzato. Guide e siti web indicano un certo numero di posti dove andare, fare foto, timbrare il cartellino e via. Cito un paragrafo tratto da un libro di fotografie di un autore locale, trovato nel negozietto del museo di fotografia di Reykjavik, di cui purtroppo non mi sono segnato i riferimenti:

[…] Every day buses come and go all the time, stopping there full
of travellers. They eat, they drink, and they go again. A frantic
moment and then they are gone. They all do the same things, make the
same noises, the same gestures, and they all look so much alike…
They fill up buses which all look the same, filled with the same
tourists. None of them stay behind. […]

E questa è l’idea che è rimasta a me, anche io ho fatto la stessa cosa. Con la differenza che noi abbiamo noleggiato un vecchio 4×4 invece che farci portare in giro da un bus turistico.

Arrivi e partenze

L’unico aeroporto internazionale è Keflavik, una vecchia base americana della guerra fredda. Probabilmente per motivi di convenienza di fusi orari un sacco di aerei, compresi i nostri, arrivano e partono intorno a mezzanotte. Da Nizza ho volato con Lufthansa via Monaco di Baviera. Piccolo brivido all’atterraggio, causa forte nebbia il pilota non si è accorto che la pista era finita e ha fatto una bella frenata: quando l’aereo si è girato per uscire dalla pista ho visto la fine della pista sotto l’ala.

Quella dell’arrivo è stata forse l’unica notte veramente buia, a causa della nebbia. Le altre sette notti, mi ricordo solo tanta luce (e il ronfare di Roberto). Comunque la mattina dopo, il primo giorno in Islanda, ci ha accolto con un cielo azzurro terso e temperature sopra i 20 gradi, che mi hanno fatto rimpiangere di non aver portato magliette e pantaloncini.

Il mitico Suzuki grand vitara

Il mezzo di locomozione

Due parole sul mezzo: i noleggi di 4×4 sono costosi, specialmente quelli che si trovano all’aeroporto. In un lampo di genio abbiamo cercato nei dintorni, trovando Kefcar che ci ha offerto un vecchio Suzuki del 2005 per circa 500 euro, per i sei giorni. Tanta ruggine, uno sterzo con un po’ tanto gioco, un cambio durissimo, ma proprio per quello ci ha fatto tanta simpatia. Bello alto, grandi finestrini, perfetto per girare in un posto con panorami mozzafiato e strade malridotte.

Reykjavik

Porta della cattedrale
Porta della cattedrale

Non ho trovato Reykjavik una città particolarmente interessante. È la capitale ed è relativamente grossa, ma in centro non ho trovato nulla di particolarmente attraente, insomma una città facilmente dimenticabile se non fosse che è l’unica città con dei palazzi veri e propri che abbiamo visto.

Ci sono alcune strade più o meno pedonali che formano una zona centrale, dove ci sono principalmente ristoranti etnici, uffici turistici e negozi di souvenir. Ci sono anche alcuni musei, abbiamo fatto un giro in quello della fotografia, in cui c’era una interessante mostra sulla vita e lo spopolamento del nord dell’Islanda.

Organ stops
Organ stops

La famosa cattedrale è in effetti impressionante ed è curiosa la porta che sembra quasi raffigurare Cthulhu. Dentro c’è un grosso organo che proprio in quei giorni stavano smontando e ripulendo.

Abbiamo mangiato tre volte a Reykjavik. La prima volta in un ristorantino consigliato da TripAdvisor, dove abbiamo fatto la conoscenza della Skyr. Dedicherò un intero capitolo allo Skyr più avanti perché se lo merita. Questo ristorante mi è piaciuto parecchio, era il Gamla vínhúsið. La seconda volta abbiamo mangiato per stanchezza in un ristorante piuttosto turistico e poco interessante, affianco al primo. Infine abbiamo fatto merenda e colazione in un posto che fa crêpes, gestito da una italiana: si chiama Eldur and Is e si trova all’inizio della strada in salita che porta alla cattedrale, sulla destra. Consiglio crêpe con lo Skyr e frutti di bosco.

Degna di una piccola nota la zona del porto da dove partono i giri in barca per i turisti: è uno strano miscuglio di passeggiata turistica fronte mare inframmezzata da cantieri navali sporchi e arrugginiti. Sempre sul fronte mare c’è una mostra permanente all’aperto, che, con cartelloni e mappe, elenca tutti i naufragi avvenuti nelle acque islandesi nel corso della storia. Sono tanti e la mostra occupa uno spazio non indifferente, vicino ad una locomotiva a vapore.

Heimaey

Vestmannaeyjar
Vestmannaeyjar

Heimaey è un isola che fa parte del piccolo arcipelago chiamato Vestmannaeyjar, formato per lo più da scogli inaccessibili. Sull’isola c’è una cittadina, chiamata Vestmannaeyjar (come l’arcipelago), raggiungibile con un traghetto dagli orari un po’ complicati. Dato che l’isola è piccola si può girare facilmente a piedi ed è consigliabile lasciare la macchina nel grosso parcheggio prima dell’imbarco del traghetto, per un risparmio economico considerevole Il pernottamento sull’isola ci è stato consigliato da Manuela, che ringrazio sentitamente, è uno dei posti più interessanti che ho visto.

La cittadina è formata quasi esclusivamente da villette, nel 1973 uno dei due vulcani che si trovano in periferia è eruttato, creando un nuovo pezzo di isola, ma distruggendo anche una parte della città.

Eldfell view
Eldfell

Leggendo wikipedia, si capisce che gli abitanti non si sono lasciati sconvolgere più di tanto: per salvare il porto, la cui imboccatura che stava per essere chiusa dal flusso della lava, hanno usato l’acqua fredda del mare per solidificare la colata e redirigerla altrove. Finita l’eruzione hanno usato il calore residuo per generare elettricità ed acqua calda. Nella foto qui sopra si vede il nuovo pezzo di isola, in basso. In lontananza si vede la costa islandese e il vulcano Eyjafjallajökull, che ha eruttato nel 2010.

Il vulcano è alto circa 200 metri e noi l’abbiamo scalato come passeggiatina prima di cena, per farci venire l’appetito. L’ultima parte è un po’ più stancante, è ripida e si cammina su del pietrisco, però la vista una volta arrivati sul bordo del cratere è magnifica. Purtroppo, anche un po’ a causa della luce bassa quella sera, non ho una foto che renda l’idea del panorama spettacolare.

Heimaey
Heimaey

L’isola è sede di una forte industria della pesca e passeggiando per il porto, mentre i miei due amici si arrampicavano a caccia (fotografica) di pulcinelle di mare, mi sono ritrovato davanti a dei pannelli pubblicitari inaspettati.

L'islanda e la Nigeria
L’islanda e la Nigeria

Ho scoperto, infatti, che uno dei prodotti più importanti dell’isola sono le teste di pesce secco, esportate verso la Nigeria, dove sono considerate una prelibatezza. Notare in basso i simpatici islandesi, provenienti da questa isoletta nebbiosa e tranquilla, vestiti da magnati nigeriani. Le spiegazioni comprendevano anche dettagli sul sistema all’avanguardia per seccare il pesce che è stato recentemente installato nei capannoni lì dietro.

Sull’isola c’è un piccolo museo dove, leggenda vuole, ci sia una pulcinella di mare viva e vegeta. Pare anche che la lasciassero toccare e accarezzare, ma che a seguito dell’aumento del numero di turisti ora non si possa più (ma nei giorni di baso afflusso, il nostro albergatore ha lasciato intendere che forse…). Non abbiamo indagato, per mancanza di tempo e, almeno per me, perché, insomma, povero uccello tocchignato dalle manine unte dei bambini di mezzo mondo, lasciatelo in pace.

Jökulsárlón

Jökulsárlón
Jökulsárlón

La famosa laguna coi pezzi di ghiaccio blu. Era il posto che volevo assolutamente vedere prima di partire e che, tra i posti più noti e frequentati che abbiamo visto, mi è piaciuto di più.

Intanto bisogna chiarire, di lagune ce ne sono due. Venendo da ovest, c’è Fjallsárlón, un po’ più lontano dalla strada e raggiungibile con un corto sterrato. Dopo qualche chilometro c’è un ponte sospeso e la seconda laguna, la più grossa e famosa Jökulsárlón.

Fjallsárlón
Fjallsárlón

Quando siamo passati noi, la prima laguna era molto più piena di blocchi di ghiaccio galleggianti ed essendo leggermente meno accessibile e meno nota c’era più tranquillità e meno pressione turistica.

Queste lagune sono formate da “piccole” lingue dell’enorme ghiacciaio che si trova al centro-sud dell’Islanda. Il ghiaccio lentamente scivola verso la laguna, si scioglie e si spezza, alimentando l’industria turistica locale. Sono disponibili giri in gommone e addirittura il giro con l’autobus anfibio, cartoline, souvenir e fast food.

Jökulsárlón
Jökulsárlón

Il paesaggio è spettacolare. Intorno ci sono le solite collinette semi-desertiche giallo marrone con qualche pianta che cerca disperatamente di sopravvivere. L’acqua è blu. Il vento arriva dritto dal ghiacciaio, freddo, ma anche di aria purissima. I blocchi di ghiaccio tendono ad essere bianco sporco, ma qua e là si vedono gli azzurri e i turchesi che spuntano. Nel canale che sfocia in mare, sotto al ponte sospeso, questi iceberg rotolano, si scontrano e si spezzano, trascinati dalla forte corrente, emettendo dei bassi boati.

La spiaggia coi blocchi di ghiaccio
La spiaggia coi blocchi di ghiaccio

Subito prima del ponte sospeso, a destra sempre venendo da ovest, poco segnalato c’è il parcheggio per la spiaggia. Parecchie foto circolano di questi blocchi di ghiaccio arenati sulla spiaggia di sabbia nera, ma quando si arriva al ponte tutti, noi compresi, guardano a sinistra, verso la laguna, e si perdono il fatto che a destra c’è un altro spettacolo della natura. Il ghiaccio che esce dalla laguna, infatti, a causa delle correnti e delle maree, si arena facilmente sulla spiaggia, per chilometri e chilometri.

Per fare delle belle foto qui ci vogliono tempo, pazienza e senso artistico. In quel momento, guarda caso, non avevo nessuna delle tre e quindi ci dobbiamo accontentare di queste due foto che rendono appena appena l’idea della lunghezza infinita della spiaggia e della varietà delle forme e dei tipi di ghiaccio che si possono trovare.

I tormentoni

Tre tormentoni ci hanno accompagnato nel nostro giro islandese. Lo Skyr, il drone e i puffin.

Lo Skyr

Lo Skyr è uno dei pochi prodotti veramente tipici dell’Islanda. Wikipedia italiana parla di un formaggio a base di latte acido, a me sembrava più simile allo yogurt greco, ma molto più leggero (concordo con Wikipedia in inglese). Non ha niente a che vedere con il Kyr della Danone.

È buonissimo, si trova puro o in vari gusti come lo yogurt. Purtroppo non lo esportano più a sud della Svizzera, per qualche motivo a me sconosciuto. Tutte le colazioni le ho fatte a base di Skyr e se mai vi capitasse sotto mano ve lo consiglio vivamente.

Il drone

Roberto si è portato sulle spalle uno zaino enorme con un drone. Con una autonomia di circa mezz’ora e solo una ricarica al giorno (alla sera in albergo) aveva il problema costante di selezionare i luoghi migliori dove usarlo. Francesco ed io l’abbiamo preso un po’ tanto in giro per via di questo drone e del suo ronzio, ma Roberto è riuscito, malgrado il nostro costante mugugno e degli uccelli gelosi del loro spazio aereo, a fare degli ottimi video (e a conquistare l’interesse di tre americane).

I puffin

I puffin, pulcinelle di mare, sono uccelli che hanno una testa particolare che li fa sembrare tristi ai nostri occhi. In teoria si trovano un po’ ovunque lungo le coste, ma noi siamo riusciti ad avvistarne solo uno, di sfuggita.

Pulcinella di mare

Il problema era che lungo la via abbiamo incontrato altre persone che ne avevano visti a bizzeffe un po’ ovunque. Ricordiamo tra gli altri: le due ragazze francesi che ne hanno visto “un paio” nelle scogliere sopra a Vestmannaeyjar e la coppia di fotografi italiani “uno stormo ci è volato addosso”. Qui di lato vedete il nostro puffin, quel puntino bianco appena riconoscibile.

La vera cuciniera Genovese

Grazie ai Distributed Proofreaders sono riuscito a preservare un vecchio libro che girava per casa, con pagine ormai ingiallite, strappate, tenuto insieme con lo spago. Ora è disponibile per tutti, nel pubblico dominio, in vari formati digitali, su Project Gutenberg:

http://www.gutenberg.org/ebooks/51857

Si tratta di una raccolta di ricette di inizio ‘900. Ci sono piatti di tutti i tipi, dolci e salati, oltre che conserve, gelati e liquori. Certi ingredienti sono un po’ difficili da trovare e alcuni attrezzi da cucina non esistono più se non in qualche piccolo museo di campagna, però ho già provato diverse ricette e sono venute buone buone 🙂

Datevi alla VERA cucina genovese!

OpenStack, Logstash and Elasticsearch: living on the edge

As part of my work for Bigfoot, I deployed a system to gather application logs and metering data coming from an OpenStackinstallation into Elasticsearch, for data analysis and processing. This post is based on OpenStack Icehouse.

Ceilometer to Elasticsearch

Ceilometer promises to gather metering data from the OpenStack cloud and aggregate it into a database, where it can be accessed by monitoring and billing software. In reality getting some data is very easy, but getting all the data is very hard, and in some cases, impossible.

Some OpenStack projects integrate the metering functionality and send their samples (VM CPU usage, disk, network, etc.) via RabbitMQ to a central agent. Other do not integrate Ceilometer (why? I don’t know) and the administrator has to run periodically a separate script/daemon to gather the information and send it out. The lack of documentation in this area is almost complete, I found out about “neutron-metering-agent” and “cinder-volume-usage-audit” by chance and doing Google searches for them, right now, results in nothing that explains what they are and how
to use them.

Once the data is gathered, Ceilometer wants to store it into a database. MongoDB is highly suggested, but it does not work together with Sahara, another OpenStack project. The issue ticket has been opened almost a year ago, and it is still open.

Mysql is not up to the task, a week of data causes the database to grow to a few tens of gigabytes. The script provided by Ceilometer to delete old data then tries to load everything in memory, hits swap and all hope is lost. I let it run for a week trying to delete one day of data, then I decided to try something else.

Ceilometer can send the data in msgpackformat via UDP to an external collector. I removed the central agent and the database and pointed Ceilometer to Logstash.
Connecting Logstash to Elasticsearch is very easy and now I can do something useful with the data. It works quite well, and here is how I did it:

First, the Ceilometer pipeline.yaml:

sources: - name: bigfoot_source interval: 60 meters: - "*" sinks: - bigfoot_sink sinks: - name: bigfoot_sink transformers: publishers: - udp://<logstash ip>:<logstash port>

This file has to be copied to all OpenStack hosts running Ceilometer agents (even on the Swift Proxy that does not have a standalone agent).

Logstash needs an input:

input { udp { port => <some port> codec => msgpack type => ceilometer } }

and some filters:

filter { if [type] == "ceilometer" and [counter_name] == "bandwidth" { date { match => [ "timestamp", "YYY-MM-dd HH:mm:ss.SSSSSS" ] remove_field => "timestamp" timezone => "UTC" } } if [type] == "ceilometer" and [counter_name] == "volume" { date { match => [ "timestamp", "YYY-MM-dd HH:mm:ss.SSSSSS" ] remove_field => "timestamp" timezone => "UTC" } date { match =>["[resource_metadata][created_at]","YYY-MM-dd HH:mm:ss"] remove_field => "[resource_metadata][created_at]" target => "[resource_metadata][created_at_parsed]" timezone => "UTC" } } if [type] == "ceilometer" and [counter_name] == "volume.size" { date { match => [ "timestamp", "YYY-MM-dd HH:mm:ss.SSSSSS" ] remove_field => "timestamp" timezone => "UTC" } date { match =>["[resource_metadata][created_at]","YYY-MM-dd HH:mm:ss"] remove_field => "[resource_metadata][created_at]" target => "[resource_metadata][created_at_parsed]" timezone => "UTC" } } }

These filters are needed because date formats in Ceilometer messages are inconsistent. Without these filters Elasticsearch will try to parse them and fail, discarding the messages. Perhaps there are other messages with this problem, but the only way to find them is wait for a parser exception in Elasticsearch logs.

I think this configuration is much more scalable, flexible and useful to the end user than the standard Ceilometer way, with its database and custom API for which there are no consumers.

Application logs

Managing an OpenStack deployment is hard. It is a complex distributed system, composed of many processes running on different physical machines. Each process logs to a different file, on the machine it is running on. A general lack of documentation and inconsistent use of log levels across OpenStack projects means that trying to investigate an issue is a tedious and time consuming job. Processes need to be restarted with debugging enabled, and a few important lines get lost
among tons of other stuff.

To try to simplify this situation I used again Logstash+Elasticsearch to gather all the application logs coming from OpenStack. To work at its best and provide meaningful searches (all messages from a certain Python module, all messages with exception traces), I decided to use a Python logging module that would translate the Python log objects into Logstash (json) dictionaries. This way the structure is conserved and not lost in syslog-like text translation.

Doing that is fairly simple, with a few caveats. First you will need to install python-logstash (my version reduces the number of fields that get discarded).

Then add this file to the configuration directory of the project you want to get the logs from (for example /etc/neutron/logging.conf):

[loggers] keys=root [handlers] keys=stream [formatters] keys= [logger_root] level=INFO handlers=stream [handler_stream] class=logstash.UDPLogstashHandler args=(<logstash server>, <logstash port>, 'pythonlog', None, False, 1)

And finally add this option to Neutron’s config file (it is the same for the other OpenStack projects):

log_config_append=/etc/neutron/logging.conf

Configuring logstash is easy, just add this:

input { udp { codec => "json" port => <some port> type => "pythonlog" buffer_size => 16384 } }

Now, the caveats:

  • this will disable completely any other logging option you set in the configuration files (debug, verbose, log_dir, …). Disregard what the documentation says about the fact the logging conguration will be appended, it does not, it overrides anything else and because of how the python logging system is made, there is nothing that can be done. If you use that option, all logging configuration has to reside in the logging.conf file.
  • The configuration above discards all logs with a level lower than INFO. DEBUG level is needed to investigate issues, but the volume of logs coming from a full OpenStack install at DEBUG level is just too big and imposes useless load.
  • Depending on the size and the load of your deployment, you may need to scale up both logstash and elasticsearch.

Agende nel 2014

Sono sempre alla ricerca di modi per organizzarmi meglio e periodicamente parto per delle quest, alla ricerca della soluzione definitiva ai miei problemi. Oggi riassumo i risultati delle mie ricerche sui modi migliori per organizzare una agenda di cose da fare.

I miei requisiti sono semplici, almeno all’apparenza:

  1. Client offline Android e PC (windows), sincronizzazione automatica
  2. I dati devono risiedere sul mio server
  3. Integrazione con la rubrica (compleanni, liste di persone presenti alle riunioni)
  4. Integrazione con un gestore di “attività/task”. Mi riferisco ai task inclusi nella specifica del protocollo caldav (i VTODO nella definizione dell’RFC 2445).

Sinceramente, non penso di chiedere la Luna. Il punto 1 dovrebbe essere piuttosto diffuso vista la quantità di telefoni Android e PC Windows in circolazione.Il punto 2 dovrebbe interessare a chiunque abbia o un minimo di riguardo per la propria privacy, o voglia tenere i dati della propria attività lavorativa sotto il proprio controllo e non cederlo a terzi.
Il punto 3 è questione di integrazione tra servizi esistenti, niente di nuovo da inventare. Outlook con Exchange lo fa già molto bene da tanto tempo, ad esempio.
Il punto 4, i task: mi piacerebbe poter tenere una lista delle cose che ho in mente di fare. Alcune hanno delle scadenze e altre no. Quelle che hanno scadenza dovrebbero apparire nell’agenda. Di nuovo, integrazione tra servizi, niente di nuovo.

Dopo innumerevoli ricerche, ripensamenti, installazioni e software in prova sono giunto alla conclusione che c’è parecchia strada da fare. Vediamo un po’.

Server

Per fare sincronizzazione facile ed affidabile ci vuole un server. La soluzione più promettente in quanto standardizzata e aperta sembra è caldav. Ci sono vari server, uno che ho provato è baïkal, che mi sembra faccia il suo lavoro egregiamente ed è facile da installare. Un altro è radicale, ma è implementato in Python e quindi non è facile da installare su un web server in hosting. Il mio provider di posta offre anche un server suo, basato su SabreDAV, a cui hanno aggiunto un’interfaccia web.

Il lato server è il più facile, ci sono varie soluzioni, tutte buone.

Client Android

Qui inizia il calvario. Android non supporta caldav. Ci sono app a pagamento o gratuite (beta) che fanno la sincronizzazione (ma non la fanno dei task per qualche motivo a me ignoto).

Questo già mi sembra un po’ tanto grave in un sistema operativo che fa di un punto di forza il suo essere aperto e libero.

Una volta che l’agenda è sincronizzata (ma non i task/attività, ripeto) ci sono varie app, alcune anche molto carine e ben fatte. Uso Business Calendar Pro, che ha dei bei widget, ma c’è anche SolCalendar.

Businness Calendar ha un supporto parziale per gli inviti ai meeting che arrivano da un calendario Google. Dico parziale perché appare la domanda “vuoi partecipare a questo meeting?”, ma poi non mi sembra che accada alcunché, qualunque sia la riposta.

Esiste una app, chiamata Birthday Adapter, che riempie un calendario a scelta coi compleanni presi dalla rubrica di Android. È utile, ma è un tapullo. Gli eventi sono visibili solo sul cellulare ed è ancora un altro servizio che deve girare su un dispositivo a batteria quando invece potrebbe essere fatto lato server ed essere condiviso su tutti i dispositivi.

Per i task c’è Mirakel. Che vuole una versione con patch della app per sincronizzare caldav. È tutto molto beta. Oppure c’è una app della stessa persona che fa caldav-sync, la app a pagamento per la sincronizzazione, ma è limitata e non fa cose fondamentali come i task ricorrenti (tipo qualcosa che si ripete una volta a settimana).

Client Windows

C’è Thunderbirdcon l’addon lightning. Poverino, fa il suo dovere e ha qualche bachetto. Zero sincronizzazione con la rubrica, che comunque in Thunderbird non si sincronizza. Non trova da solo tutti i calendari in un account e bisogna aggiungerli uno alla volta manualmente.
In alternativa c’è eM client. Che è un client di posta più moderno, ma che non solo vuole una licenza, ma aggiunge veramente pochissimo (una rubrica che si sincronizza) a quello che fa Thunderbird. Non sono a conoscenza di altri software, forse ci sono dei port di software Linux, come Evolution, ma nella mia esperienza è raro che tali progetti di porting funzionino decentemente e siano supportati bene.

Personalizzazioni

Ho sviluppato uno script che scarica un calendario condiviso e lo ripubblica all’interno di un calendario privato. Serve ad accentrare in un punto unico (il mio server) tutti i calendari di cui ho bisogno. Ad esempio uso un calendario pubblico di festività francesi e lo importo sul mio server, a questo modo ho quegli eventi su tutti i miei dispositivi automaticamente. Ho intenzione di estendere la cosa anche per i compleanni, basta leggere dalla rubrica condivisa e creare degli eventi in un calendario apposta.

Conclusioni

Manca del tutto un sistema di organizzazione personale, per singoli individui. Un sistema che racchiuda rubrica, calendario, posta e task manager, usando tecnologie e software esistenti e già diffusi, senza reinventare la ruota. La maggior parte delle componenti esiste già, mancano un po’ di pezzetti qui e là ed un po’ di colla per tenere insieme il tutto e dargli un aspetto decoroso. Ad averci il tempo potrebbe essere anche un progetto interessante, ma per ora purtroppo, si va avanti a script o si fa senza.

Curiosità

Durante la mia quest ho incontrato siti interessanti:

Ciao ciao targhe Svizzere

Targhe VD 127 135

Con queste targhe sono andato fino ad Oslo e ritorno, ho fatto quasi 30,000km in Svizzera, Italia, Francia, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia. Con loro ho incontrato una ragazza meravigliosa e ho fatto tante amicizie, ho traslocato tutte le mie cose dalla Svizzera sotto il naso delle guardie di frontiera e ho preso tre multe, tutte in Francia, tutte per aver superato di qualche chilometro all’ora il limite di velocità.

Sono parte della mia storia e se potessi tenerle, lo farei… Ma no, domani andrò all’ufficio postale e le spedirò. Servono a qualcun altro.

A te, perfetto sconosciuto del canton Vaud, che avrai le mie targhe per la tua macchina nuova di zecca, buona fortuna, fanne buon uso e stai attento ai limiti di velocità in Francia.

Dogane francesi

Passerella dogane Nizza

L’ufficio delle dogane francesi a Nizza si trova all’aeroporto, nella zona Cargo. È sufficiente seguire i cartelli ‘cargo’, lasciare un documento all’ingresso (non la carta d’identità, che serve dopo) e salire al primo piano, seguendo questa passerella che vedete nella foto.

Si può andare lì per tutto, non solo per merci arrivate via aerea, ma anche per animali esotici, quadri o come nel mio caso, automobili.

L’ultima notte in Svizzera

Lago Lemano

La vista dall’hotel, la mia ultima notte in Svizzera, prima di completare il trasloco in Francia. Un bel ricordo.

Esattamente due anni dopo essere arrivato in Svizzera, la lascio, per trasferirmi in Costa Azzurra, dove ho accettato di lavorare come ingegnere di ricerca nel Distributed Systems Group presso Eurecom. Lavorerò su problemi di cloud, big data e IaaS, volendo usare un po’ di gergo simil-tecnico e sufficientemente vago.

Perché lascio la Svizzera e uno stipendio d’oro? Il contratto del professore a capo del mio gruppo di ricerca all’EPFL non è stato rinnovato e tutti quanti siamo rimasti a piedi. Il piccolo dettaglio che il mio capo avesse un contratto a tempo determinato è stato omesso al momento della mia assunzione, avendomi assicurato invece 5 anni di lavoro.

The Helmsman di Bill Baldwin

Questo romanzo, scritto da Bill Baldwin e parte di una serie omonima di 6 libri, racconta una storia vecchio stile. Ci sono i buoni, ci sono i cattivi, c’è l’eroe, c’è il cattivone (ma compare poco e solo per prenderle) e ci sono un sacco di battaglie spaziali. Per una volta i buoni fanno parte dell’impero, mentre i cattivi sono governati da un tiranno: i due ruoli sono ben distinti, gli imperiali sono nobili, audaci e pronti a sacrificarsi per l’imperatore. Gli altri (la Lega) sono schiavisti, drogati e hanno una struttura di potere basata sul terrore.

Trama: la storia racconta le vicissitudini di un timoniere di navi spaziali appena uscito dall’accademia, che, malgrado le umili origini (l’impero, malgrado tutto, è un po’ razzista), si distingue brillantemente durante la perenne guerra tra l’impero e la lega. Oltre a vincere battaglie, il nostro eroe, conquista anche il cuore di una principessa e più tardi anche di una bellissima dirigente di una base navale.
Questi amori prendono una parte relativamente piccola della trama (che in gran parte starebbe in piedi anche senza), ma sono la parte che rende la storia avvincente e che lascia il lettore a chiedersi come andrà a finire (in fondo si sa che la guerra sarà vinta, o prima o poi, dai buoni). Alle volte la descrizione degli incontri amorosi lascia davvero poco all’immaginazione, ma non scade mai nel volgare.

La trama è molto trasparente ed è facile prevedere i colpi di scena che si susseguono qua e là, ma ciò non rovina la lettura, anzi. Pensandoci a posteriori, la storia sembra un po’ una fiaba ammodernata, con il guerriero che esce vittorioso da battaglie sanguinose per tornare, coperto di gloria, ai suoi amori.

La fisica non sta molto in piedi, ma è coerente all’interno del romanzo. Ci sono i motori per velocità inferiori a quella della luce, basati su effetti gravitazionali, usati solo per decollare ed atterrare ed i motori per velocità superiori a quella della luce che, semplicemente, spingono più forte degli altri. Non c’è iperspazio o simili e mentre una nave è in viaggio può manovrare e combattere quasi normalmente.

Il giudizio è buono, senz’altro da leggere, a meno che non siate un po’ stufi di storie tradizionali. Ci sono altre saghe con la stessa organizzazione di base nella trama (ad esempio Lensmen, di Smith), ma qui le storie d’amore sono senz’altro più avvincenti, anche se poco realistiche.

Da Losanna al profondo Nord

La prima parte del viaggio si fa tra Losanna e Oslo, in auto. Attraverseremo la Germania, la Danimarca e la Svezia, facendo soste a Copenhagen e Stoccolma. Una volta giunti ad Oslo prenderemo l’aereo per Tromsø, da dove, con auto a noleggio, proseguiremo per Capo Nord. Dato che Nordkapp è un posto molto turistico e costoso abbiamo programmato di andare a Knivskjellodden, che si trova sul promotorio affianco e 1,5Km più a nord.

Il profondo nord (giorno 1, 2012-07-06)

Oggi partenza per un lungo e complicato viaggio al nord. Vacanze vere, per una volta, con amici, la macchina e la tenda, che alla fine useremo solo un paio di notti.

È un giorno di viaggio. Una volta usciti dalla Svizzera abbiamo iniziato ad incontrare parecchio traffico, dopo Basilea. Arrivati ad un posto chiamato Bühl ci siamo chiesti se avevano spostato la capitale della Germania, vista al quantità di mezzi e persone in movimento su strade ed autostrade.

Lungo la strada ci fermiamo ad Heidelberg, per una sosta tecnica e turistica. In coda in una stradina nel centro storico siamo stati ad aspettare davanti ad una pasticceria che ci chiamava tentandoci in tutti i modi.

Vetrina di un panificio

Per la sera avevamo programmato un campeggio, ma dato che non eravamo sicuri di quando saremmo arrivati, né se l’avremmo trovato, avevamo preso anche l’indirizzo di un ostello a Göttingen.

Capra

Tutto è andato per il meglio e siamo arrivati in tempo per la nostra esperienza in tenda. Il campeggio si trova vicino in una valletta un po’ umida, con un ruscello e tanti moscerini. A parte questo (per fortuna non erano zanzare), il campeggio è molto bello e ben attrezzato. Il piccolo ristorante annesso al campeggio ci ha fornito un’ottima cena e una abbondante colazione.

Campeggio

Vicino all’edificio principale ci sono un po’ di animali: delle galline ed una capretta. Questa capretta mi è sembrata un po’ strana, probabilmente si trovava a disagio nelle dolci colline tedesche e aveva la tendenza a cercare sempre di arrampicarsi sopra a qualcosa. Nella foto l’ho ritratta sopra ad un ceppo, ma l’abbiamo vista anche sopra oggetti molto più alti, ferma lì a guardarci e a belare ogni tanto.

Latitudine: 51º 31′ 11.79”

Arrivo a Copenhagen (giorno 2, 2012-07-07)

Dato che mi sono svegliato presto, sono andato a fare una passeggiata nel bosco per vedere cosa c’è in cima alla collina sopra al campeggio. Nessuna sorpresa purtroppo, campi coltivati e in lontananza pale eoliche, esattamente come avevamo visto per ore ed ore dall’autostrada il giorno prima.

Prima di partire facciamo il punto. Oggi si inizia a fare qualcosa di interessante, abbiamo un traghetto da prendere, tra Puttgarden e Rødby! Prima di arrivarci, però, ci toccano tante altre lunghe ore di macchina. A Copenhagen ci aspetterà il nostro amico Roberto, che ha coperto in un paio d’ore di aereo quello che noi abbiamo fatto ieri in una giornata di macchina. La differenza fondamentale sarà che noi abbiamo potuto portarci dietro il bagnoschiuma e tutte le bottiglie d’acqua che potevamo desiderare.

Dopo la pasticceria del giorno prima è rimasta la voglia e quindi ci procuriamo dei pain au chocolat in un forno di un paesino vicino al campeggio. Una fornaia un po’ pazza, ma molto simpatica, ha voluto vendercene ben 5 per solo un 1 euro e mezzo. Visti i prezzi bassissimi anche al supermercato poco dopo, ho seriamente pensato se andare a vivere lì.

Come il giorno prima, altro traffico e code ogni 20Km. Hanno deciso di riasfaltare tutte le autostrade, tutte nello stesso momento. Facciamo una sosta a Hildesheim, dove visitiamo il centro storico, che è stato ricostruito interamente dopo la seconda guerra mondiale, e il chiostro della cattedrale, dove si trova un roseto centenario.

Chiostro con roseto centenario

L’imbarco sul traghetto è molto efficiente e non ci sono tempi di attesa: si paga il pedaggio (con una signorina che aiuta ad infilare la carta di credito nella macchinetta, per evitare intoppi) e ci si imbarca subito.

L’ora e mezza di autostrada per Copenhagen è piuttosto monotona, altre pale eoliche, a centinaia, e poco altro.

Arrivati a Copenhagen la monotonia viene sostituita da un labirinto di sensi unici intorno al Tivoli: un’esperienza stimolante, che però non rifarei una seconda volta.

Camera in ostello piccola, ma simpatica. Pochi bagni però, infatti al mattino dopo era difficile trovare un posto libero.

Il nostro amico è già sul posto, facciamo cena ed una passeggiata in una zona del centro che non conoscevo ancora, prima di andare a dormire.

Latitudine: 55°40′34″N

Il giorno del Ponte (giorno 3, 2012-07-08)

Oggi visita a Copenhagen, sirenetta, palazzo reale, cose così. Ci ero già stato nel 2008 e non è che fossi rimasto molto colpito.

Il municipio di Copenhagen

D’estate c’è più vita per le strade, la zona pedonale è simpatica e accogliente, mentre intorno al Tivoli l’atmosfera è confusa e soffocante, a causa anche dei cantieri. Tanti, tanti lavori in corso per la metropolitana, che finiranno chissà quando. In generale non ho cambiato idea: la città è carina, ma incasinata. Siamo saliti anche in cima alla spira della Vor Frelsers Kirke, da dove si gode una bella vista su tutta la città.

Nel pomeriggio siamo partiti verso la Svezia, via ponte sullo stretto Øresund. Il ponte è fantastico, attraversarlo è emozionante, più per il pensiero della traversata che per la vista, un po’ limitata dalle alte barriere, probabilmente contro il vento.

Sulla via ci siamo fermati a Lund, dove ero già stato, sempre nel 2008. Abbiamo fatto un breve giro turistico, comprensivo di un buon gelato. Spesa all’IKA per i giorni successivi.

Vättern is one of the biggest lakes in Sweden. The photo has been taken from the Gränna camping, where we stopped for the night, between Copenhagen and Stockholm.

E poi, corsa fino al campeggio a Gränna. Siamo stati un po’ stressati dall’orario del campeggio, che alle 23 ci avrebbe chiuso fuori. Lungo la strada abbiamo cenato presso un fast-food in una stazione di servizio e poi abbiamo assistito ad un fantastico tramonto sul lago. Purtroppo non ho foto, dato che stavo guidando, ma non credo avrebbero reso a sufficienza.

Latitudine: 58°01’36″N

Stoccolma (giorno 4, 2012-07-09)

Il risveglio è piuttosto umido, il prato su cui abbiamo piantato la tenda è carico d’acqua. Una rapida colazione e poi passiamo a visitare la roccia runica di Rök, prima di tornare in autostrada.

The Rök runestone.

A pranzo ci fermiamo a costruire dei panini in un parco pubblico a Linköping, cercavamo il centro, ma dopo un po’ di sbagli ci siamo persi e abbiamo deciso che alla fine un posto valeva l’altro.

L’ingresso a Stoccolma in auto non è dei più semplici, ma è solo un assaggio rispetto alle fantasie stradali di Oslo e Tromsø. L’autostrada passa sotto la città ed una serie di tunnel laterali che spuntano dal nulla in mezzo ai palazzi permettono di entrare ed uscire. Per fortuna ho riconosciuto qualche nome sui cartelli e siamo usciti al posto giusto.

A Stoccolma, gran sole e solo qualche goccia di pioggia. L’ingresso in città è a pagamento, ma non per le auto straniere. Ci dirigiamo subito all’ostello a mollare la macchina, poi andiamo in giro per la città a piedi. In due conosciamo bene la città e facciamo da ciceroni al terzo. Visita obbligata al negozio di materiale sci-fi, per una volta che non ho limiti di bagaglio, entro con la sensazione che avrei potuto svuotato il reparto libri, ma alla fine ne ho comprato solo due. Dato che mi sono rimaste un sacco di corone svedesi mi sa che tornerò più preparato.

Alla sera c’è ancora un sacco di luce, iniziamo ad apprezzare che stiamo viaggiando verso nord. Una mongolfiera fa capolino tra i palazzi.

Latitudine: 59° 19′ 58.0372″

Stoccolma e Uppsala (giorno 5, 2012-07-10)

This small church is nearby the cathedral of Uppsala, but I never noticed it until this time.

Al mattino facciamo una gita ad Uppsala, dove Francesco mi ha fatto scoprire la Svezia nel lontano 2005. Dall’ultima volta che ci sono stato, Uppsala non è cambiata di una virgola. La stazione è stata rinnovata ed ora è diventata un ristorante, lasciando l’ingresso ai treni in un edificio accanto, di vetro, che sembra un centro commerciale. Di certo non saremo gli unici a rimanere un po’ confusi.

Il pomeriggio e la sera li passiamo ancora a passeggiare per Stoccolma. A fine giornata ci raggiunge un’amica di Francesco, che ci fa da guida in una zona che conoscevo poco, a Södermalm. Ci porta lungo una passeggiata molto simpatica da cui si vede tutta la città, che provvediamo ad aggiungere alle tappe dei nostri futuri viaggi a Stoccolma.

Oslo (giorno 6, 2012-07-11)

Oggi si fa Stoccolma – Oslo, passando dal lago Vänern, il più grosso di Svezia. Cercheremo di trovare un equilibrio tra il fermarci lungo la strada e l’arrivare ad Oslo in tempo per girare un po’ la città, dato che il giorno dopo ci aspetta l’aereo in mattinata.

La strada tra Stoccolma e Oslo è di una monotonia impressionante. Alberi, alberi ed ancora alberi. Il confine con la Norvegia non è segnalato in modo particolare, c’è uno spiazzo dove i doganieri fanno i loro controlli, ma niente cartelli o indicazioni particolari. Anche nei giorni successivi abbiamo continuato a notare una certa riluttanza a mettere segnali e cartelli comprensibili ai turisti.

Lungo al strada, per spezzare un po’ la monotonia, facciamo una sosta a Örebro ed una a Karlstad per comprare delle ottime fragole svedesi (e un po’ di altre vettovaglie, dato che i prezzi in Norvegia sono molto più alti).

Arriviamo a Oslo in tempo utile per prendere la camera in ostello e uscire a fare due passi prima di cena. Il sistema stradale è complesso e la segnaletica piuttosto scarsa. Giusto per fare un esempio, ecco la doppia rotatoria, una sopra l’altra. Mi sembra di capire che le città scandinave stanno facendo a gara a chi riesce a far impazzire i navigatori GPS nel modo più rapido e completo possibile.

In città ci incontriamo con la quarta componente del gruppetto, Manuela, che ha deciso di unirsi a noi per il salto oltre il circolo polare artico. Lei ha trovato una camera tramite Couchsurfing e la sua ospite ci accompagna lungo la strada principale del centro, facendo quattro chiacchiere.

Tutta la zona vicino al mare intorno all’Opera House è coperta da lavori in corso. Stanno rifacendo il sistema stradale, speriamo in meglio, inoltre hanno in costruzione diversi piccoli grattacieli, sicuramente di grande valore architettonico, ma decisamente brutti.

Manca un po’ l’accesso al mare, il porto commerciale si trova proprio di fronte al centro, con banchine e piazzali di carico e scarico, che limitano la vita della città più in centro, tra i palazzi. La città era anche più sporca di come me l’aspettavo.

Latitudine: 59° 56′ 58″ N

Tromsø (giorno 7, 2012-07-12)

Oggi si vola con Norwegian fino a Tromsø. Abbiamo prenotato i posti dal lato giusto dell’aereo per vedere i fiordi, sperando nel bel tempo, che però non c’è. Vediamo tante nuvole e qui e là qualche sprazzo poco rassicurante di neve e ghiacciai.

L’aereo è sorprendentemente economico per essere la Norvegia e in un paio d’ore ci porta a soli 550 chilometri dalla nostra destinazione finale.

Appena arrivati carichiamo tutto sull’auto a noleggio e ci dirigiamo in centro, per far riparare una valigia danneggiata e cercare qualcosa per cena, con l’idea di viaggiare senza soste fino ad Alta. Da oggi in poi non ci dobbiamo più preoccupare che venga notte, perché ci sarà sempre luce, infatti è il periodo giusto per il sole di mezzanotte!

In un altro esempio di fantasia stradale norvegese, tra l’aeroporto e il centro di Trmosø, incontriamo le nostre prime rotonde sotterranee, scavate nella roccia sotto la città. La qualità dei cartelli rimane scarsina, scritte piccole e poco comprensibili. Il GPS sotto terra non funziona e dobbiamo affidarci al nostro istinto.

Alla fine restiamo a Tromsø più tempo del previsto e partiamo dopo le 6 del pomeriggio. La strada ha dei pezzi con panorami spettacolari, ma consiglio vivamente di prendere i traghetti per attraversare i fiordi subito a nord di Tromsø. La luce bassa e calda della sera aiuta parecchio a rendere i panorami ancora più piacevoli. C’è tanto sole e fa caldo, siamo sopra il circolo polare e stiamo in maniche corte! Sulle pendici dei fiordi si vede però della neve.

Lungo la strada ci fermiamo all’1 di notte a fotografare il sole di mezzanotte (c’è l’ora legale) e poco dopo arriviamo al campeggio di Alta.

Latitudine: 69°58’01’ N

Knivkjellodden (giorno 8, 2012-07-13)

Partiamo un po’ più tardi, i nostri orari sono ormai legati più ai tempi e alle distanze che ad un regolare ritmo sonno/veglia. Lungo la strada passiamo su un altipiano, tra due fiordi, con la strada dritta che si perde all’infinito. Poco oltre incontriamo un gruppo di renne, che pascolano lungo la strada.

Un’altra giornata di tempo stupendo, sui 20 gradi, soleggiata. Incontriamo decine e decine di bus turistici, roulotte e camper. L’attività turistica è frenetica e prendiamo atto che l’arrivare a Capo Nord coi mezzi più strani è diventato ormai piuttosto inflazionato: ci sono tricicli, tandem, motociclette che trainano minuscole roulotte.

Below, near the lake, a much more affordable and well kept camping, where we cooked some pasta before crashing in the bed.

Dopo cinque ore di macchina in totale arriviamo a Honningsvåg intorno alle 16, il paese prima di Capo Nord. Prendiamo le camere nel campeggio/ostello (ben tenuto, economico e dotato di efficiente connessione ad Internet) e, pieni di energie e forti del bel tempo e della mite temperatura, decidiamo di fare l’escursione di circa 5 ore A/R verso un punto più a nord di Capo Nord.

L’inizio del sentiero per Knivskjellodden si trova poco prima della barriera di pedaggio per Nordkapp. La camminata è molto lunga, 18Km andata e ritorno, ma praticamente in piano. Qualche tratto sassoso e fangoso ripaga abbondantemente lo sforzo di essersi portati gli scarponcini da montagna fin quassù. Il sole è caldo e non ci abbandona mai, l’aria invece diventa un po’ tagliente e sul ritorno fa un po più freddo.

Nordkapp is about 1.5Km south from Knivskjellodden. It is a long, beautiful walk.

Il sentiero arriva sulla punta del promontorio, ben 1,5 Km più a Nord di Nordkapp, dal quale possiamo sbeffeggiare i turisti che hanno pagato fior fiore di quattrini per andare in un posto che non ha niente di speciale, dato che non è il più a nord d’Europa. O meglio è il punto più a nord raggiungibile comodamente seduti in macchina…

Per quanto stancante, è una camminata fantastica. Siamo stati molto fortunati a trovare il sole caldo e pochissime nuvole. È evidente, dalle rocce e dagli oggetti scagliati dal mare sulla costa, che quando il tempo è brutto lì, lo è davvero.

Ritorniamo in ostello verso le tre di notte, gli orari ormai completamente scombussolati, ci facciamo una bella pastasciutta. Io e Francesco la condiamo con un barattolo di pesto alla genovese procurato in Svezia, provocando orrore e sconforto nei nostri due amici, che optano per un tradizionale barattolo di salsa all’arrabbiata della Barilla. Il pesto non è poi così male e andiamo a dormire contenti e soddisfatti.

Latitudine: 71° 11′ 08″ N

Ritorno a Tromsø (giorno 9, 2012-07-14)

Il tempo si mette al nuvoloso e poi inizia anche a piovere. Ci fermiamo un attimo per recuperare l’asciugamano di Roberto, dimenticato su una spiaggia il giorno prima all’andata e ancora lì, appeso all’albero dove l’avevamo lasciato. Dobbiamo tornare a Tromsø in una tirata unica.

La strada è la stessa dell’andata, ci mettiamo 10 ore, con il brutto tempo che finalmente è arrivato. Un sacco di pioggia, stanchezza e noia. Avendo perso il traghetto l’abbiamo fatta lungo la costa, allungando di parecchio i tempi. Consiglio il traghetto, decisamente.

In Norvegia constatiamo anche che la tecnologia che noi abbiamo dai tempi dei romani di costruire strade che scaricano l’acqua sui lati quando piove, non è mai arrivata. L’acqua anzi si raccoglie nei due incavi formati dal passaggio delle ruote, proprio dove l’effetto è più pericoloso.

Arrivati finalmente a Tromsø, ci concediamo una bella e sontuosa cena in un ristorante del centro. Prendo un piatto con una bistecca di renna, buonissima!

Oslo, il ritorno (giorno 10, 2012-07-15)

La compagnia si divide. C’è chi, da Tromsø, prende un altro aereo per raggiungere la fidanzata. Gli altri, me compreso, prendono l’aereo per Oslo, da dove Roberto e Manuela prendono l’aereo per l’Italia.

Recuperiamo la mia auto nel parcheggio dell’aeroporto ad Oslo, accompagno gli altri all’altro aeroporto, Torp, e poi verifico che l’imbarco del traghetto fosse davvero dove dice Google. Concludo la giornata con un giro in centro, cercando di spendere le poche corone norvegesi che mi erano rimaste.

Traghetto per la Germania (giorno 11, 2012-07-16)

Visto che sono da solo, per tagliare un po’ della lunga strada di ritorno verso casa, ho prenotato un traghetto per Kiel, in Germania. Il viaggio dura 20 ore e l’arrivo è previsto alle 10 del giorno dopo. Il traghetto è grosso e assomiglia ad una nave da crociera in maniera preoccupante.

Sono un po’ preoccupato perché non so come funziona l’imbarco, in mano ho solo la stampa di un email in italiano che conferma la prenotazione. In ogni caso, partenza alle 12. Una volta arrivato sul posto, mi rendo conto che ero io che mi facevo dei problemi.
All’imbarco, dopo uno sguardo confuso all’email in italiano, l’addetta ha preso il passaporto e cercato la prenotazione col nome. Punto negativo per la Color Lines: obbligano a presentarsi due ore prima e non si può più uscire dalla zona d’imbarco, per fortuna avevo da leggere, se no la noia mi avrebbe sopraffatto.

Una volta salito a bordo, esploro la nave. È grande e bella, ma tutto è studiato per obbligare i passeggeri a spendere e consumare. All’interno non ci sono posti a sedere liberi, si trovano tutti in bar e ristoranti. Mi sono attrezzato con giaccone e berretto e mi sono sistemato fuori, con un libro. Il vento, i gabbiani e i bambini che giocavano col vento fortissimo mi tengono compagnia. Ho visto il primo tramonto in 4 giorni, sul mare.

I sacchettini bianchi posti ovunque nei corridoi erano un segnale significativo, infatti per qualche ora la nave ha attraversato una zona aperta e c’è stato mare molto mosso. Temevo di soffrire, invece ho mangiato un enorme piatto di spaghetti bolognese, tenendo fermo il bicchiere di barbera con una mano. Ho voluto fare l’esperimento del ristorante italiano sul traghetto Oslo — Kiel, temevo peggio, invece mi hanno messo solo un po’ di insalata sopra agli spaghetti.

Sulla via del ritorno (giorno 12, 2012-07-17)

Sbarco dal traghetto alle 10. Faccio benzina e poi mi butto in autostrada. Verso le 15 arriva un colpo di sonno e mi fermo a dormire in un’area di sosta. Verso le 18 inizio a chiedermi se fare una tiratona unica ed arrivare a casa a notte fonda o fermarmi da qualche parte a dormire. Non avendo fatto piani sono un po’ incerto. Esco dall’autostrada e seguo le strade normali, avendo deciso di fermarmi se avessi visto un posto che mi ispirava.

A un certo punto vedo un cartello per Würzburg, che già conosco per precedenti lavorativi. So dove dormire, dove mangiare. Decido di fermarmi lì. Finalmente l’ho vista col sole e ho capito come è fatta, dato che in trasferta non c’è mai stato molto tempo per il turismo. Cena in birreria lussuosa, per meno di quello che è costata la colazione (pane e marmellata) sul traghetto.

Ritorno a casa (giorno 13, 2012-07-18)

Dopo altre n ore di Autobahn abbastanza interminabili, sono arrivato a casa. Pare sia esplosa la fogna nel parcheggio, ma grazie all’efficenza Svizzera, sono arrivato che stavano già chiudendo il buco nella strada. E ora sotto col bucato!

Impressioni (2012-07-19)

Per prima cosa, l’organizzazione è andata benissimo. Eravamo in quattro, ognuno che arrivava da un posto diverso dell’Europa, con esigenze e tempi diversi. L’idea di organizzare tutto con un documento condiviso via Internet è stata brillante, tutti sapevano tutto, non ci sono state incomprensioni o sorprese. Anche il lavoro di prenotazione, un po’ estenuante, ha pagato bene. Anche se arrivavamo tardi, sapevamo di avere un letto e/o un tetto che ci aspettava e quanto sarebbe costato.

Non abbiamo fatto molto bene i conti con il traffico o le condizioni della strada. Le tappe in auto sono state molto più lunghe e pesanti del previsto.

Attraversare la Germania in auto è pesante. Le autobahn scorrono via veloci (quando non c’è coda), ma sono interminabili.

Per quanto riguarda i paesi scandinavi, bisogna studiare le cartine e in particolare i nomi delle strade ed autostrade. I cartelli sono in genere poco significativi se non si conoscono i luoghi e le strade sono indicate con la nomenclatura europea (tipo E6), con una N o S per indicare la direzione.

A Stoccolma e Oslo è meglio prepararsi e non fare affidamento sul GPS, entrambe le città hanno un vasto sistema di tunnel per ridurre il traffico in superficie.

In Norvegia è molto facile trovare campeggi e forse non è necessario prenotare tutto come abbiamo fatto noi. Al ritorno però abbiamo apprezzato di aver preso il bungalow, quando piove, piove e in tenda sarebbe stato miserabile, soprattutto dopo 10 ore di auto. Parecchi campeggi non si trovano su Internet, ma ci sono. Forse dovevamo guardare siti specializzati.

Con i tempi che ci siamo dati non c’era da fare molto di diverso, se non prendere treni ed aerei al posto dell’auto. Avendo un po’ più di giorni, avrei forse fatto tappe più brevi, con soste un po’ più prolungate. Sono tutte strade bellissime, in Germania (lavori in corso a parte), in Svezia e Norvegia, con bei paesaggi e natura rigogliosa, ma alla lunga stancano.

Lo rifarei? Certo che sì!